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Appunti: Dio in terra : Alessandro W. Mavilio : 07/10/2006 : Recinto

Andavo al consolato di Osaka, in treno, seduto al primo vagone di un espresso della linea Keihan, come consigliatomi dal mio amico A.

Ma, un attimo! Non vorrei che pensaste che io sono un fissato per i treni. Lo sono stato per tanti anni ma ora non lo sono più: ho infatti finalmente trovato, per questi mezzi, la giusta dimensione tra amore e uso libero.

Dunque, dicevo… Ero al primo vagone di questo “K-Tokkyu” e come al solito potevo vedere il macchinista, intento alla guida: gesti, voci, chiamate operative, campanelle e campanelli, ticchettii, rumori di leve attuttiti dal doppio vetro che separa la cabina di guida da quella dei passeggeri…

La gestualità dei macchinisti giapponesi accentua e valorizza cose semplici come passare un semaforo verde, rende drammatica una semplice frenata che riduce velocità dai 90 ai 60 all’ora, dà un tono di sollievo alla ripresa di accelerazione dopo un tratto da fare senza assorbire corrente, riempie di significato il magico incontro – che dura un attimo – tra la strada ferrata e quella asfaltata…

Per ogni operazione, anche più piccola, il macchinista annuncia ad alta voce cosa andrà a fare dopo pochi attimi. “RIDUZIONE VELOCITÀ: SETTANTA!” E dopo mezzo secondo eccolo agire su delle leve e frenare con forza il convoglio pesantissimo, lanciato come un razzo inarrestabile tra risaie e baracche. “SEMAFORO DI PROTEZIONE: VERDE” ed ecco suggerire al treno un’accelerazione che indugia tra il necessario e il vezzoso: di lì a poco c’è una stazione! Ma ecco che urla ancora, eccitato: “FUSHIMI-MOMOYAMA: TRANSITO!” e quella accelerazione che era sembrata un vezzo si trasforma in un comando sovrannaturale e a stento percettibile: dare al treno un andamento – durante il passaggio in stazione – che sia efficiente, commerciale e… signorile.

E infatti il treno passa in stazione sicuro e giudizioso, in un modo che devo per forza definire di stile: vivace e brioso, solenne e affidabile. L’uomo dà alla macchina un’anima.

(Tutto ciò non può non farmi ricordare le decine di serie animate di robot che quelli come me hanno visto per anni alla televisione al tempo delle scuole elementari: ragazzi (giapponesi) impegnati nella difesa del mondo dai cattivi di altre galasse pilotavano robot antropomorfi ed espressivi con leve e pulsanti molto simili a quelli che – ovviamente – si trovano nella plancia di un locomotore. Ma da bambino mi colpivano le urla eccitate e precise di questi beniamini: “RAGGIO PROTONICO!”, oppure: “ALABARDA SPAZIALE”. E sempre mi chiedevo: “ma se si è in battaglia che senso ha urlare al nemico l’arma che si sta per usare?

Lo stesso potrei chiedermelo oggi: perchè i macchinisti giapponesi portano i treni come Actarus portava Goldrake e Hiroshi muoveva Jeeg? Che senso ha dire ad alta voce “semaforo giallo, scendo a 45 km/h”? Non so… Ma evidentemente i Giapponesi intendono avere un rapporto profondo e particolare con le macchine, forse parlare alle macchine è un modo per restarne i veri padroni. Coi ritmi di lavoro che ci sono da queste parti, se si cominciasse a non parlare più durante un lavoro in cui si è soli davanti a delle leve, la macchina comincerebbe a comandarci? Forse…

Oppure le macchine parlano – a modo loro – e i macchinisti sono gli unici a sentirne la voce? Quindi il loro è un dialogo? Forse anche questo!

Ad ogni modo, recentemente, mi interrogo molto su queste strane cose. Alla ricerca di alcune risposte sulla vita, la morte, Dio e il Sistema, vedere il macchinista che urlando mi conduceva a Osaka mi ha fatto pensare, appunto, a Dio.

Un possibile Dio sono le macchine. Non mi stupisce più di tanto che i macchinisti o i piloti “parlino da soli”. Perché è strano parlare una macchina e non dovrebbe essere strano pregare, alzare gli occhi al cielo e parlare a Dio?

“Chi sa non parla” dice il Tao Te Ching. E chi non parla sono Dio e le macchine. Devo arguire che Dio sa tante cose e le macchine pure. E le sanno le piante, le stelle, le pietre… A dire il vero alcune macchine recenti parlano (in un buffo tentativo di rendersi simili all’uomo) ma io credo che l’uomo debba imitare le macchine per avvicinarsi a Dio. E l’uomo dovrebbe parlare solo se Dio o una Macchina lo interroga!

No, non sono impazzito. Sto solo facendo ciò che amo: far correre la mente nel mio labirinto imbottito, e farla sbattere ad ogni angolo, per avere la sicurezza che non restino strade intentate!

E no! Non so nemmeno se i macchinisti giapponesi sono dei beniamini come lo potevano essere i difensori della Terra nei cartoni animati dell’infanzia. Ma in Giappone qualcosa di strano avviene.

Seguitemi!

Da queste parti si dice “O-Kyaku-sama, Kami-sama”. Cioé: “il cliente è un Dio.”
Tanti clienti, tante divinità! E non potrebbe essere altrimenti in un arcipelago del Pacifico dove la religione è shintoista e i negozi si contano a miliardi. (Interessante ricordare che da noi si dice che “Il cliente ha sempre ragione”! Quindi il cliente italiano resta pur sempre un uomo che, nella peggiore delle ipotesi, è pure un fesso. La ragione non la si dà ai fessi?)

Ma qui nel Recinto le cose sono ancora più interessanti. In maniera subdola il sistema che ci dà “del Dio” attua delle strategie per fare in modo che il Cliente-Dio porti rispetto, nutra cortesia e obbedienza al negoziante, al gestore del servizio… Ricordate gli inchini scippatici all’entrata in un negozio dalle pezze appese all’entrata? Ricordate le mani giunte (oops!) mentre la cameriera ci porta gli “o-shibori” per rinfrescarci?
[Cfr. “Cose che ho capito”]

Io ero in treno, non l’ho dimenticato mica! E i treni sono un paradiso semovente per i milioni di clienti-Dio giapponesi: puliti, silenziosi, sicuri. Sarà che il treno, essendo un veicolo che si chiude e si lancia a tutta velocità, sviluppa delle leggi, delle consuetudini al suo interno amplificate: il passeggero giapponese è un Dio alla massima potenza. Tutto il sistema di gestione del cliente gli fa avere questa percezione. Eppure – come anticipato nello scritto dello Shinkansen – il vero Dio non è mica il cliente. Perchè, ad un’analisi attenta, sono troppe le proibizioni che si impongono al cliente: che Dio sarei se una voce mi dice ogni due minuti che non devo tenere la borsa sul sedile, che non devo fumare, che non devo parlare al cellulare, che lo devo silenziare per non dare fastidio, che lo devo spegnere se sono nelle vicinanze della “zona verde” del vagone? Un vero Dio può fare tutto. Ma ‘cca nun se po’ ffa’ niente!

Mentre pensavo a tutte queste cose il mio treno per Osaka sfrecciava veloce. Io non sono giapponese, quindi vedo cose che i Giapponesi non vedono. Ma che se anche vedessero non coglierebbero come le colgo io. Mentre la voce registrata in vettura continua il martellamento sul fatto che siamo “clienti divinità” (ai quali però è proibito tutto!) io ho visto che, l’impettito macchinista che parla alle macchine (perciò si chiama “macchinista”! Deve amarle davvero, come il “fiorista” deve amare i fiori!) ci dava le spalle e, ad ogni transito in stazione, riceveva segni (gergali, quindi segreti, incomprensibili, per noi clienti) e inchini profondi dai suoi colleghi sulla piattaforma: capistazione, capibanchina, altri macchinisti in attesa di riprendere la corsa dopo averci dato precedenza, ecc.

Fermi tutti! Qua se c’è un Dio non siamo noi! Qui ci si nasconde qualcosa! Un vero dio capirebbe tutto, muoverebbe tutto! E se ci pensiamo bene non andrebbe nemmeno in treno o almeno non pagherebbe il biglietto!

“Bensvegliato” mi dirà il lettore! “Se c’è un Dio quello sta in Cielo!”

Ma io non raccolgo lo scherno. Perchè qua Dio sta a terra e ci sta veramente dappertutto! A momenti lo sono davvero i clienti, ma poi il testimone viene passato e lo diventano i gestori del negozio o di un servizio. In altri momenti Dio è la macchina: può esserlo un treno, un aereo, una macchina per il caffè, un furgoncino per le consegne, la bicicletta rossa (vecchia e fiammante) di un postino. Dio è il postino quando chiama a gran voce dalla strada la signora Inoue e, senza bussare, entra a casa sua e le lascia qualcosa sul tavolo della cucina. E divinità bellissime sono quelle ragazze dagli occhi lucidi e le orecchie a punta che, in trattoria, leggere e solerti, ti si inginocchiano ai piedi e prendono la tua ordinazione. E se desideri qualcosa che non possono offrirti sbottano con: “orrore, terrore, sgomento, è come dice Lei, sono obbligata ma… non ce l’abbiamo!

E un Dio, un Imperatore dell’acciaio e della cinetica, deve sentirsi il nostro macchinista quando, spaccando il secondo, ogni giorno, da sempre, entra in stazione a velocità sostenuta e riceve gli inchini segreti di altri imperatori, solo momentaneamente declassati, ad attendere il suo passaggio. E il macchinista è un Dio fosse anche solo perchè sta portando migliaia di altri Dii momentanei.

E un Dio-Imperatore è il professore quando entra in classe e quando è fuori dalla classe, quando fuma una sigaretta, quando apre la sua cassetta delle lettere o viene fermato dalla segretaria che in mille inchini gli dice: “Sensei, sarà stanco! Le va un tè?”. E tu pensi: “che buffo! Sono un “sensei” (letteralmente “nato prima”, colui che per diritto anagrafico può insegnare a chi è nato dopo). Ma Dio non è nato prima di tutti?”

E decine di piccoli imperatori sono gli studenti che possono permettersi di dormire in classe, i bambini ai quali tra mille severità è permesso di tutto! Le donne, che con leggi tutte loro e mai pubblicate governano questo “mondo per uomini”.

Lo capì perfino Ruth Benedict (l’antropologa) che senza mai essere venuta in Giappone aveva intuito che in Giappone l’autorità si esercita regalandola. Il bambino giapponese potrà accettare l’autorità dell’imperatore e del padre se lo lasci essere imperatore della famiglia. Discorso uguale per il padre, la moglie, il nonno, il cucciolo, i morti di casa… In una catena pazza e infinita nella quale tutti esercitano l’autorità. Ma che se chiedi in giro: la si e' sempre data a qualcun altro.

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